I “Mondi lontani” del XXVI Festival Verdi offrono l’occasione di rivedere in scena uno dei titoli più celebri e spettacolari del Maestro, Aida, in un allestimento che rievoca fedelmente le atmosfere dell’Antico Egitto ma ne capovolge la fama di opera monumentale: è quello firmato da Franco Zeffirelli per il Centenario Verdiano del 2001, pensato apposta per il Teatro Giuseppe Verdi di Busseto, tra i più piccoli teatri d’opera al mondo.
La vicenda è ambientata nell’antico Egitto, dove la principessa etiope Aida vive in segreto alla corte del faraone come schiava, innamorata del condottiero egiziano Radamès. Anche Amneris, figlia del faraone, ama Radamès e, quando lui viene scelto per guidare l’esercito contro l’Etiopia, il conflitto tra amore e dovere si fa sempre più drammatico. Aida si trova così divisa tra l’amore per Radamès e la fedeltà alla propria patria, mentre il ritorno vittorioso dell’esercito egiziano riporta alla corte suo padre Amonasro, prigioniero di guerra. Il re d’Etiopia spinge la figlia a sfruttare il suo ascendente su Radames per scoprire le mosse dell’esercito egiziano. Radames cade nella trappola e, resosi conto di aver tradito la patria, si costituisce. Viene condannato a essere sepolto vivo, nonostante le suppliche di Amneris. Aida, ancora innamorata, non lo abbandona nemmeno di fronte alla morte: si nasconde nella tomba per condividere il suo destino e rimanere insieme per l’eternità.
Il rigore architettonico di Aida
Intervista al direttore Giuseppe Mengoli
Aida è un’opera profondamente ambivalente, costruita con rigore architettonico su simmetrie e contrasti. Il Preludio ne anticipa già l’intero dramma. I personaggi sono divisi tra appartenenza e desiderio, tra amore e dovere: Aida intuisce per prima l’inevitabilità della tragedia e sceglie di attendere Radamès nel sepolcro. Il Preludio e il Finale si chiudono allo stesso modo, con una linea di puro anelito che tenta di raggiungere il cielo e poi scivola nella tomba. Giuseppe Mengoli
Sul podio, alla guida della Filarmonica Arturo Toscanini e del Coro del Teatro Regio di Parma, preparato da Martino Faggiani, sale per la prima volta Giuseppe Mengoli.
Aida è un’opera profondamente ambivalente. Più mi sono addentrato nelle sue pieghe, più ne ho colto la rigorosa costruzione architettonica: un impianto retto da colonne ora ravvicinate, ora poste agli antipodi, sulle quali poggia una fitta trama di archi simmetrici capaci di sorreggere una fluidità narrativa magistrale. Sono impalcature che a tratti spuntano improvvise come funghi nel bosco, e ad altri si innalzano come querce secolari, così imponenti da risultare invisibili allo sguardo del viandante che ne attraversa il sentiero.
Il Preludio è già di per sé una miniatura, una mappa ideale dell’intero dramma. Si apre con il tema intimo e affettivo di Aida, accompagnato da un controcanto dei violini che ha il sapore di un sospiro nell’ombra e che già preannuncia il singhiozzo lacerante di «per chi piango?»: il primo, vero bivio in cui scegliere tra il padre e l’amato. A esso si contrappone il tema dei sacerdoti, emblema dell’apparato sacro che regge l’Egitto ma anche simbolo impersonale di ordine, legge e dovere. Il suo andamento marcatamente contrappuntistico evoca la natura inesorabile e inflessibile di un ingranaggio che avanza incurante dell’umano. I due temi finiscono per scontrarsi verticalmente: un’ambivalenza geniale, esposta alla luce del sole, in cui Amore e Legge si sovrappongono senza mai fondersi. Non solo: la partitura colloca fisicamente il tema sacerdotale al di sopra di quello di Aida, anticipando con precisione chirurgica l’epilogo, quando gli amanti giaceranno sepolti nel sotterraneo mentre, sopra le loro teste, il rito liturgico continuerà indisturbato.
L’opera Aida vive di dilemmi irrisolti, desideri impossibili e doveri inconciliabili. Ogni personaggio è scisso tra l’appartenenza e la brama: Aida è al contempo figlia, amante, principessa e schiava; Radamès è il braccio armato dell’Egitto ma è innamorato della sua nemica. Su questa spaccatura grava la crudeltà di Amonasro, che attraverso la memoria trasforma per la figlia il richiamo della patria e del sangue in un vincolo ineludibile. Radamès arriverà a capire che Aida «non vale il soglio d’Egitto», ma nel momento stesso in cui ne prende coscienza viene travolto dal clamore della vittoria egizia: un trionfo che poggia sul sangue e sulla prigionia dei fratelli di lei.
Aida, dal canto suo, intuisce l’inevitabilità della tragedia ben prima del condottiero, nonostante quel candido e quasi ingenuo «Sì, fuggiamo». È per questo che si rimette alla preghiera e invoca i Numi, consapevole che il solo pensiero dell’uno equivale alla colpa e alla rovina dell’altro; ed è per questo che, avendo già presentito il destino di Radamès, sceglie di precederlo e attenderlo nel sepolcro.
Amneris compie una parabola opposta. All’inizio detiene tutto ciò che agli altri è negato: rango, libertà, potere. Eppure, è proprio l’esercizio ostinato di quel potere a condurla alla perdita. Ama, ricatta, tenta disperatamente di salvare Radamès, per poi maledire i sacerdoti e infine sé stessa. Rimane sola, riversa sulla pietra tombale, a implorare «pace» per colui che lei stessa ha contribuito a condannare. Tra tutti è forse colei che comprende più tardi, ma è anche l’unica a sopravvivere abbastanza da misurare per intero il peso di quella consapevolezza.
Così, il Preludio si spegne proprio come farà il Finale: con una linea di puro anelito, simile allo spirito dei due amanti in «O terra addio», che tenta di colmare la distanza fra la tomba e il cielo sfiorando il traguardo con l’intervallo più tragico e vicino al compimento, la settima maggiore; per poi scivolare via di nuovo, lieve come una piuma, sul fondo del sepolcro, lasciandosi consumare da un destino che ha già tracciato per loro ogni passo.
Giuseppe Mengoli
Un lavoro di fedeltà e trasparenza, 25 anni dopo
Intervista al regista Stefano Trespidi
Quando lavoro ai riallestimenti di Franco Zeffirelli cerco la fedeltà assoluta all’originale, non voglio aggiungere nulla, ma restituire la saggezza e la sapienza del Maestro nel modo più puro e limpido possibile. Aida ci fa riflettere sul nostro rapporto con il diverso, e su quanto ancora abbiamo da fare con ciò che percepiamo lontano e differente da noi. Stefano Trespidi
In scena il celebre allestimento creato da Franco Zeffirelli, ripreso dal regista Stefano Trespidi, con i costumi di Anna Anni ripresi da Lorena Marin, le luci di Andrea Borelli e le coreografie di Luc Bouy riprese da Gaetano Petrosino.
Un’Aidina piccola piccola
Teatro Verdi di Busseto, con soli duecentocinquanta posti e un proscenio largo appena sette metri, è uno dei più piccoli teatri d’opera al mondo. Quando la Fondazione Arturo Toscanini mi invitò ad allestirci un’opera, come evento speciale per il centenario verdiano, si aspettavano probabilmente che scegliessi un lavoro adatto a quel palcoscenico, una Traviata o forse un Falstaff, due opere che Toscanini aveva diretto in quel teatro nel 1913 e nel 1926.
Cascarono tutti dalle nuvole quando proposi Aida, una delle opere più spettacolari di tutto il repertorio. Aida a Busseto con la regia di Zeffirelli? Invecchiando ammattisce? Tutto il mondo dell’opera smaniava dalla curiosità di vedere come il regista degli spettacoli più fastosi al mondo avrebbe affrontato la scommessa che doveva aver fatto con sé stesso.
Eppure, già da molto tempo coltivavo l’idea che con quest’opera colossale Verdi avesse in realtà inseguito una storia molto privata e molto intima, che una visione nuova dentro quelle piccole dimensioni avrebbe potuto valorizzare. Verdi ha chiaramente indicato, sin dalle prime battute del preludio, che in Aida non ci sono soltanto ottoni, trombe e tamburi. Il lontano pianissimo degli archi che continua a crescere sembra richiamare il fluire del Nilo, dalle sue sorgenti in Etiopia, dove è nata Aida, fino all’Egitto, di cui è schiava. Questa musica estremamente evocativa, è un’eco distante che sembra arrivarci da un altro pianeta, ed entra nelle vene come una sorta di stregoneria, d’incantesimo.
Il mio ultimo allestimento di Aida nel 1998, per l’inaugurazione dell’Imperial State Theatre di Tokyo, era stato il massimo della sontuosità e spettacolarità che ci si possa aspettare di vedere su un palcoscenico. Ricordo che, guardando i seicento esecutori, pensai: “Verdi forse ne ha abbastanza di vedere Aida come pretesto per fare tanto baccano in scena”. A Busseto avrei avuto l’opportunità di tentare una riduzione drastica del “gran macchinone”, riportando quest’opera a una dimensione piccola, privata, ancora inesplorata. Avrei avuto a disposizione un’orchestra contenuta e un giovane direttore di sicuro talento, Massimiliano Stefanelli, che avrebbe consentito a ogni strumento di emergere e di farsi identificare. Per una volta, i cantanti non sarebbero stati costretti a confrontarsi con la “barriera di fuoco” dell’orchestra, avrebbero potuto cantare con voce “umana” e con anima, così come in fondo l’opera era stata sentita dall’autore.
Quando circolò la notizia che cercavo dei cantanti giovani e sconosciuti per Aida, ne arrivarono a stormi da tutti i continenti. Capii però, subito, che ero io a doverli andare a cercare per il mondo, se volevo trovare quelli giusti: i miei cantanti. Organizzai una visita lampo a New York per fine ottobre (si doveva andare in scena a fine gennaio!), e passai tre giornate di audizioni a giovani cantanti di tutte le scuole americane. Mi passò davanti una vera legione di talenti, nuovi, ben preparati, che conoscevano il teatro in musica perché in America se ne fa tanto, e davvero sapevano cos’era il “recitar cantando”. Sentii corrermi nelle vene un fiume di energie. Fu come se avessi ricevuto una forte scossa dall’alto, e da dentro.
Trovai subito tre giovani cantanti per i tre protagonisti: Adina Aaron, Kate Aldrich e. Scott Piper. Ma ce n’erano altri interessanti e promettenti. Una fioritura di giovani che letteralmente mi trascinò, mi esaltò. Con questo cast, che aveva le caratteristiche dei personaggi indicate da Verdi, giovani, belli, disperati d’amore, cominciai a impostare più chiaramente le idee per il mio spettacolo. Portai i tre americani a Busseto, e li affidai a uno dei più grandi tenori del secolo, Carlo Bergonzi, che era stato il mio Radames nella leggendaria Aida alla Scala nel 1963. Bergonzi, che ha base a Busseto con una prestigiosa scuola di canto, accettò volentieri di essere il nostro direttore artistico, ed è stato poi uno dei maggiori garanti di tutta l’operazione che stavo mettendo in piedi.
Fu un mese di allegria, di scoperte, d’amicizia e di fantastico lavoro. Altri giovani, italiani o provenienti da Paesi più o meno vicini, scesero a Busseto “come colombe dal disio chiamate”. Il piccolo, delizioso paese si popolò di artisti freschi, entusiasti, appassionati. Ne ero completamente inebriato, e i risultati non avrebbero potuto essere che felicissimi. Penso, e ne ho avuto conferma dalla notorietà internazionale e dal successo che ebbe lo spettacolo a Busseto, e nei tanti teatri dov’è stato poi presentato, che davvero quell’Aida piccola e prodigiosa sia il più riuscito e più felice spettacolo d’opera che abbia mai creato.
Il miglior rimedio ai miei malanni.
Al debutto, il 27 gennaio 2001, nella ricorrenza della morte di Verdi, il teatro era stracolmo di un pubblico molto speciale. C’erano pure Renata Tebaldi e Giulietta Simionato, che avevano maestosamente cantato le parti di Aida e Amneris in tutto il mondo, negli anni del loro splendore; molte volte insieme a Bergonzi nel ruolo di Radames. Dopo il duetto d’amore del terzo atto, il pubblico, commosso, si alzò in piedi e applaudì per cinque minuti. L’innocenza e la purezza di quegli esordienti, sia vocalmente sia drammaticamente, rendeva vivi e credibili i loro personaggi, tanto che il pubblico se ne innamorò perdutamente.
Tutto era visto come attraverso una lente d’ingrandimento su quel minuscolo palcoscenico: non sfuggiva né un batter d’occhio né un gesto. L’impatto emozionale della delicata, struggente storia d’amore, finalmente finì per trionfare. Il trionfo più ambito per me.Non so se sarò mai più capace di fare un’altra volta pieno centro come feci con questa Aidina, piccola piccola ma immensamente grande. Fu come se una forza straordinaria avesse riunito in una perfetta geometria il talento di tutti, dal più umile dei figuranti fino agli sbalorditivi protagonisti: Adina Aaron, un’Aida da sogno, bella, nera, tutta carne e anima; Kate Aldrich, Amneris, una straziante tigre regale; Scott Piper, Radames, un guerriero forte e virile, arrogante e ambizioso ma, alla fine, tanto vulnerabile e fragile.Sono particolarmente affezionato al ricordo di questo momento della mia vita perché spianò la strada a una mia ripresa proprio sul punto di dover dire “addio” a tutto. Il dottor Posner mi aveva lasciato uno spiraglio di speranza e di luce, nell’oscurità che incombeva sul mio futuro. Ora tutto si riaccendeva di nuovo, in una luce quasi accecante.
Franco Zeffirelli
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